20/08/2010
"Manuale del Moscone Arrogante"
“Manuale del Moscone Arrogante”
Prime tre norme assolute:
-1)Mostrarsi all'altro con falsa modestia.
-2)Guardare la vittima con possente misericordia mentre si pianifica l'annientamento.
-3)Individuare appena possibile i punti dove colpire. Sempre dal basso verso l'alto, onde evitare sospetti e fuga della malcapitata.
Altre regole da non trascurare e tenere sempre a mente:
-Iniziare a colpire appena si è sicuri di avere la preda quasi nel sacco.
-Se si ribella, ribadirle fino alla nausea quanto sia sciocca.
-Ricattarla col proprio malessere se non n'è ancora convinta.
-Lasciar passare un po' di tempo tra un attacco e l'altro mostrandosi nel frattempo benevoli, insinuando sensi di colpa nella vittima fino a farle credere che le sue impressioni erano sbagliate.
-Per gradi colpirla in un altro punto, quello previsto secondo il piano d'attacco. E via a via riprendere le regole precedenti.
-Se nonostante tutto continua a ribellarsi imperterrita, vuol dire che è più succosa delle altre. E' quindi, da buon moscone arrogante che ci tenga ad esserlo, non mollare mai nel proprio intento. A questo punto, qualsiasi strategia o mezzo di sottomissione diventa lecito.
Esempio pratico:
-Ti parla del suo lavoro, mettiamo un'infermiera alla quale piacciono tanto le medicazioni. Pure tu, moscone, sai farle e meglio di lei. Ti spiega delle medicazioni avanzate che usa e che tu non hai la più pallida idea di cosa siano. Ma fai finta di niente e fregatene, continua a parlare dei grandi risultati che in passato hai ottenuto (non si sa quando né con chi, a lei non deve interessare) con quel tale prodotto che usavano nel Medioevo per guarire le mosche.
-Ti confessa di avere un disturbo cronico e di dover vita natural durante sottomettersi ad una terapia. Perfetto! Tu, mio caro moscone, con i tuoi poteri magici la salverai, anche se non hai proprio idea di quale disturbo stia parlando. Se poi si sente male, fatti suoi. Ma tu, sempre dal tuo pulpito devi predicare! Cercando di nascondere quella mastodontica ignoranza che ti è consona.
-Guarda un po', sa pure suonare... Senza neppure ascoltarla le devi mettere bene in chiaro che lei in confronto a tua figlia non è nessuno, anche se ha un diploma superiore di conservatorio.
-E non solo, si diletta a scrivere. Di quello che esprime te ne deve fregare niente. Il suo scritto è pieno di errori, tu scrivi decisamente meglio di lei.
Si irriterà, ma non importa, sempre dal tuo piedistallo le concederai le tue magnifiche correzioni, distruggendo, ovviamente, il suo racconto. Se ti strappa i fogli di in mano la risposta è: “Peggio per te, se vuoi continuare a fare delle brutte figure...”
-Non deve bastarti demolire quell'essere al suo interno. Per completare l'opera, caro moscone, devi pure trasformare il suo intorno. Togliere quei quattro punti di riferimento che le sono rimasti. Per esempio amici e conoscenze. Il passato deve scomparire. E poi, cosa c'è di più importante della propria casa? Ecco, il tuo intento maggiore deve essere quello di modificargliela il più che poi, anche nelle abitudine di vita quotidiana, facendole credere che realizzi soltanto di piccoli aggiustamenti di miglioria. E ogni tanto romperle qualcosa a cui lei ci tenga, scusandoti infinitamente e ribadendo una e più volte che non sai come sia potuto accadere. Rammenta: sei di una sensibilità e una delicatezza estreme!
-Uno dei suoi cari sta per andarsene dal creatore senza rimedio. Tu devi continuare a predicare che i miracoli esistono e che con i tuoi poteri da pranoterapeuta a distanza la salverai. Lei ti guarderà dal basso come tu fossi un Dio e, pur di vedere guarita la persona cara, ti leccherà anche il fondo schiena.
Pensa, poi avrai modo di consolarla di più perché ci avrà messo il cuoricino nelle false speranze che le hai dato. Ed ecco che ce l'avrai sempre più nel sacco.
-Ricordati sempre di non accarezzarla con tenerezza. Usa i tuoi induriti polpastrelli per avvicinarla verso di te. Quando lei si lamenterà della tua forza bruta, accusala di essere lei troppo delicata. Pian piano ci farà il callo e si abituerà. Tu non abbassarti mai a patti con la delicatezza e sdolcinatezze varie.
-Se ad un certo punto, nonostante questo manuale, l'infermiera minaccia con la paletta delle mosche, tu fai finta di sentirti male, malissimo. Le confessi finalmente che hai un aneurisma all'aorta e che salendoti la pressione può scoppiare. Se ti chiama il 118 ovviamente rifiuta, verresti scoperto.
-Infine, se per pietà non è riuscita a schiacciarti con la paletta, ma ti ha mandato via, quando arrivi a casa, con parole subdole, non ben definite, insinua nel suo misero cervellino che potresti arrivare al suicidio. Vedrai che subito si attiva per venire a salvarti.
Punto ultimo:
-Se hai seguito il piano nei suoi particolari senza ottenere risultati, oltre ad essere un Moscone Arrogante o sei una frana o hai puntato troppo in alto! Lascia perdere! Cercati semmai una vittima più adatta alle tue mediocri possibilità!
Gigliola Dassori
Arquata Scrivia 11 Luglio 2010
16:34
Scritto da: elvigi
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20/01/2010
Tu
A Giulio
Nell’Era dell’elettronica
dove i chip soppiantano ogni sorta di umano calore,
In questo mondo virtuale
in cui si difende la propria intimità
pagando il caro costo della sofferta solitudine
quasi il condividere con un'altra persona
il proprio essere interiore fosse diventato
uno di tanti osceni e vergognosi tabù,
in un mondo, quello che ci circonda,
dove non si concepisce più la fatica, la soddisfazione
di quell’arte sacra di dipingere,
di crearsi, costruirsi la propria vita
ricamandola con pazienza e finemente a mano,
nel percorre l’aspro cammino digitale,
schiacciando con delusione i freddi tasti una e più volte,
all’improvviso mi sei apparso stranamente tu.
Ed in quel tuo mondo felice dove,
dei chip non sai cosa fartene,
dove per te offrirmi l’intimità del tuo essere
è condividere e arricchirsi quale persona,
a poco a poco, hai costruito un nostro Universo
prendendomi caldamente per mano per percorrere
quel cammino che da sempre con malinconia reclamo.
E volevo dirti di perdonarmi per il misero mutismo,
per quelle parole che al momento opportuno mancano all’appello,
per quei baci che con stupida parsimonia ti declino,
perché in realtà sono la solita frana
nei momenti in cui vorrei trasmetterti l’amore che provo
accarezzando finemente il tuo cuore con un dito.
Gigliola Dassori
Odalengo 27 Dicembre 2009
20:26
Scritto da: elvigi
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01/11/2009
Guarda su
"Guarda Su". ( Favola e Canto Natalizio in onore del Popolo Gitano)
In tempi lontani, nessuno mi seppe dire quando, un becchino gobbo, storpio e malformato si innamorò. Sia per mestiere che per il suo deplorabile aspetto, nessuno gli si avvicinava. Ad ogni funerale gli abitanti del paese lasciavano appeso un garofano nero sulla porta di casa del malcapitato e battevano forte mani e tacchi urlando con voce "Honda" (profonda):-"Dom, Rom, Romà(Uomo)!!!Dom, Rom, Romà!!!Dom.....!!!". E appena vedevano spuntare la gobba all’orizzonte, fuggivano verso la loro tana.
Il becchino segregato in un vecchio e distante mulino, all'ascolto del richiamo, smetteva di macinare il grano e, prendendo l'occorrente alla salma nell'eterno viaggio, si incamminava col suo fedele asinello. Strada facendo, senza mai rassegnarsi, si diceva:-"Stavolta conoscerò finalmente una brava persona che con me darà l'ultimo saluto al morto". Ma in quell'ambiente chiuso e pieno di ostilità, diffidenza e superstizione, nessuno sapeva dell'amore fraterno e chiunque, vedendo nel bisogno il vicino di casa, se ne lavava le mani, giudicando il suo stato come il risultato della possessione diabolica. Sembravano, distanti chilometri pur abitando a due passi l'un l'altro.
In fondo al paese, nel terreno più fertile della zona, si trovava la casa di un anziano vedovo e della sua unica figlia. La ragazza, che era corteggiata dal Conte "Chaval"(pron.=ciaval), uomo povero di spirito ma avido di ricchezze, un malaugurato giorno restò orfana. Alla morte del padre, Kalè, così si chiamava la ragazza, chiese disperatamente aiuto ma dopo il richiamo per Romà tutti si nascosero e nessuno la soccorse. Neanche quel che voleva diventare il suo futuro marito, si accorse che, quella bellissima ragazza, se a volte non salutava non era per affinità di carattere con la comunità, ma perché da cieca purtroppo non li vedeva.
In preda al panico, Kalè fece a suo padre un'ultima preghiera e chiedendogli protezione e perdono, si nascose sotto il tavolo dove il feretro giaceva. La porta di casa si aprì, i passi sicuri del becchino accompagnato da un rumore scricchiolante di tavole, le si avvicinavano minacciosi... per qualche eterno secondo un silenzio spettrale invase la casa e in questo tacito incubo una voce profonda, dolce e celestiale prese la parola:
-"Saluto e mi presento a te "Uomo" che in questo momento sei costretto a subire la mia presenza, il mio fisico deforme,quello di Romà, così mi chiamano. Anche tu come gli altri, al pensiero di incontrarmi, il tuo sguardo altrove avevi rivolto. Ma adesso, in questo tuo stato inerte, in cui soltanto con gli occhi puri dell'anima puoi vedermi, capirai lungo il mio operato che mai nessuno si avvicinò al tuo corpo vivente col rispetto, l'amore e la tenerezza che io ti porto ora".-
Delicatamente iniziò a pulirlo, ungerlo, posizionarlo per dargli un aspetto il più sobrio e dignitoso possibile e nel mentre continuava il suo monologo: -"...figli, moglie, amici e parenti, chi sa quante persone ti sono state a fianco o comunque così ti hanno fatto credere? Perché ti hanno abbandonato adesso che la tua persona a nulla serve?. Non essere triste e afflitto nel tuo viaggio, pensa a me che da vivo in questa Terra ti accompagno...la tua sorte condivido lungo un percorso arido...una infernale solitudine fino al giorno in cui la mia penosa esistenza richiamerà, come a fatto con te, il suo atteso termine..."-
Una lacrima dopo l'altra usciva dagli occhi fermi di Kalè e al suo singhiozzare, il gobbo, dall'udito fine, smise di parlare. Abbassandosi scoprì man mano il tavolo e vide la ragazza che con lo sguardo vuoto sembrava fissarlo. Volle mettersi a correre, ma le sue gambe sempre più ancorate al suolo pregavano il Buon Dio che il suo pazzo sogno finalmente diventasse realtà. Le mani di Kalè cercarono le sue, intanto che lo pregava di non lasciarla sola e abbandonata al suo destino. Sempre coi piedi ormeggiati, Romà si innalzò spruzzandosi energicamente sul volto l'acqua del Divino e dandosi quattro potenti schiaffi si accucciò di nuovo...la ragazza era sempre lì!.-"Portami con te! Ti prego! Onorare vorrei il tuo buon cuore offrendoti perennemente il mio amore!"- Disse con voce genuina la ragazza. Non capì né il come né il perché, ma sta di fatto che diede sacra sepoltura alla salma nel cortile, prese la ragazza e avvolgendola in un manto di lana, la chiuse con cura nella bara destinata al cadavere, portandola via con sé.
Passato qualche giorno, l'avido Conte Chaval decise di andare a trovare la ragazza per chiederla in sposa, allo scopo di fare suo il fruttifero terreno. -" Adesso che non c'è più quel vecchio testardo che mi mandava sempre via, alle prime lusinghe cadrà come una pera ai miei piedi..." Così si diceva Chaval strada facendo. Ma, sorpreso di non trovarla fece un giro attorno alla casa. Arrivato al cortile vide la tomba, gli venne in mente il becchino, tornò di corsa in paese, diffuse a voce alta la notizia del "rapimento", altro non poteva essere! e propose con malvagio entusiasmo la caccia spietata al mostro.
Partì l'intero popolo in direzione del mulino in una solenne e feroce marcia, equipaggiato di torce, tamburi, corde, fionde e coltelli, e stavolta , per la perfida occasione, ben ben unito e compatto. Ma Romà, abituato ad essere vigile, sentì il lontano avvicinamento del fracasso e in men che non si dica raccolse l'indispensabile in un sacco, caricò l'asino con la farina e appoggiando delicata e comodamente Kalè sopra la gobba, fuggì come il vento. Disperatamente corse e corse. Le pietre appuntite lo ferirono a un piede, ma lui pur sanguinando, non si fermò. Le ortiche e le spine gli fecero gonfiare le caviglie, ma lui aumentò la velocità dei passi. Scivolò in un ruscello mentre lo attraversava ma riprese immediatamente l'equilibrio
La persecuzione a Romà non accennava a fermarsi. Era diventata una sorta di crociata alla quale lungo il percorso si aggiungevano altri personaggi bramosi di gloria, sangue e bottini. Giunti in Spagna furono chiamati dapprima egiziani perché comandati dal Chaval, nominato dai suoi seguaci " Il Grande Conte dell'Egitto Minore" e in seguito, accorciando la parola, come da consuetudine ispanica, "gitanos".
Ma Qualcuno da Lassù doveva dirigere con bontà i passi del benedetto gobbo, che in un modo o nell'altro riusciva sempre a scamparla. -"Quando arrivi a Sud, non abbandonare la strada, non lasciarti tentare dal diabolico serpente, segui la Via crucis del Monte Sacro anche se rocciosa, inagibile e pendente. Arrivato in cima rifugiati nella grotta che per il Signore, nel remoto, scavò la nostra gente". Così gli disse un ragazzo dalla pelle scura e dagli occhi del colore del mare, che una notte stellata gli apparve in sogno.
Dopo infinite traversie, Romà e Kalè si trovarono nel Sud della Spagna, nella terra dove cresce gioiosa la melagranata, con Chaval sempre più vicino alle calcagna perché da ricco viaggiava in carovane trainate da forti cavalli. Ma non potendone più dalla sete, si fermarono a bere in un "aljibe"(pozzo-fontana), ai piedi di un ripido monte. Mentre si dissetavano, una subdola vipera si insinuava nei dintorni. Il fedele asino aspettava il suo turno con impazienza, ma perfetto nell'istinto quanto nella lealtà, percepì la malefica presenza. Spaventato a morte si alzò su due zampe e, facendo cadere l'ultimo sacco di farina, prese a correre incamminandosi lungo la ripida salita.
Romà non capiva cosa poteva essere accaduto alla sua devota bestia, ma mise con frettolosa premura la moglie sulla gobba e come un fulmine si avviò alla rincorsa. - "Fermò lì!" - Urlò il velenoso rettile. -" Se l'asinello tu vuoi ritrovar, tua moglie nel pozzo dovrai buttar!" Ordinò il prepotente serpente mentre sbarrava la strada. Inchinandosi in riverenza verso la stupida viperella, il gobbo si avvicinò al sacco e rispose:- "Fatto sarà, o mio signore, nel cuore della terra getterò Kalè, così passando per il tuo cammino ti farò tanto onore... e col peso di questa farina stupido verme, vai all'inferno e muori!!!".
Sempre con più fatica saliva e saliva su quell'inestricabile monte che sembrava non finire mai. Ogni tanto Romà perdeva le forze, erano stati duri la sua persecuzione e in quel momento, frettoloso il suo calvario. Sostando, guardava sua moglie che col suo amore e la sua aureola attorno al corpo sempre più brillante,sembrava ridargli le energie, la vita. E così, passo dopo passo, sosta dopo sosta, si ritrovarono in cima al monte in una accogliente grotta.
Nel frattempo Chaval si era accampato con i suoi uomini
Ma con disgustosa sorpresa, trovò seduto accanto al pozzo un fanciullo con un sacco di farina sulle spalle. Dopo aver fatto finta di bere, il povero Conte, adesso non solo di spirito ma anche di fatto, si mise vicino all'intruso, sperando che prima o poi se ne andasse e lo lasciasse libero di compiere la sua ultima opera. Ma lo strano ragazzo dalla pelle scura e dagli occhi del colore del mare, prese tra le braccia il sacco di farina e cullandolo come a un bambino iniziò a cantare:
"Guarda su, il Cielo è tutto blu, ma resta qui perché tra poco una stella apparirà Lassù,
ci illuminerà, guarda su, il Cielo brillerà.
Guarda su, pian piano e sempre più,la sua
luce brilla in noi, ci porta un messaggio d'amore, di pace
che ci aiuterà, un messaggio per chi lo vuole ascoltare.
Guarda su, la stella si fermò sopra una grotta e li tra poco un bimbo nascerà per noi,
dal freddo ci vuol salvare, povero, la vita ci vuol donare.
Dai! Andiamo, avviciniamoci, ognuno porta quel che ha
(Chaval)- ma io ho le mie mani vuote!
(Ragazzo)- Il bimbo chiama, ti vuol parlare,
forse un regalo tu glielo puoi fare:
Dai un abbraccio al vicino, dai una mano al nemico,
con un sorriso accarezza chi piange, chi sogna, chi ride, chi soffre,
Se tutti sarete uniti vivrete in un mondo miglior.
(Chaval) -Darò un abbraccio al vicino, darò una mano al nemico,
Sorridendo accarezzerò chi piange, chi sogna, chi ride, chi soffre
e tutti saremo uniti per vivere un mondo miglior.
Da allora, quel popolo dal cuore insensibile e duro, visse nelle grotte del Monte Sacro con armonia e serenità, ballando e cantando in onore della pace e della gioia che portò quel bimbo, del quale dicono che al suo trentatreesimo compleanno fu giudicato colpevole, secondo la legge dei payos (non uomini), per aver predicato instancabilmente e senza ritegno né paura, l'Amore e la Pace tra i popoli. Condannato a morire sulla croce, si mormora tra il Popolo Gitano che proprio là dove nacque, nel punto più alto sopra l'ultima grotta, giunse la fine del suo benedetto calvario.
Mi raccontò l'ultimo dei Chaval che da piccolo gli narrava il nonno, come a sua volta gli era stato tramandato dal proprio nonno e a questo dal suo da tempi molto lontani, che il becchino non costruì più bare e con il legno fece un "tablao" perché vi ballassero sopra, che ideò con i pezzi d'avanzo le nacchere dal ritmo sincopato. Infine, vedendo morire suo figlio, Romà fece delle sue budella il cuore e tese le fissò nei chiodi della croce, costruendo così la loro prima appassionata chitarra.
Ci crediate o meno alla mia storia, se passate da Granada non perdetevi l'emozione di salire fino al Sacromonte, di entrare in una delle grotte dei gitani e pregare loro di farvi dono della loro arte, il "Flamenco". Sentirete nell'anima il canto dell'amore, la magia della vita, il fuoco della passione e ad ogni "zapateado" il vostro cuore che batte forte in armonica sintonia con l'Universo, col Creato.
Gigliola Dassori
Arquata Scrivia 19-09-2004.
12:02
Scritto da: elvigi
in Racconti di Natale | Link permanente | Commenti (2)
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